Il bambino selvaggio, tratto da una pièce di Céline Delbecq

una produzione Arcoiris Promozione Sociale

I Minori Stranieri Non Accompagnati rappresentano il più recente fenomeno dell’emergenza immigrazione che coglie impreparate le comunità locali nella gestione dell’accoglienza e dell’integrazione dei soggetti più vulnerabili. Il silenzio sul sistema di protezione dei minori è stato interrotto dalla legge approvata il 29 marzo 2017 che promuove lo sviluppo dell’affido familiare come strada prioritaria di accoglienza rispetto alle strutture, secondo il principio del Superiore Interesse del Minore.
Il monologo teatrale “Il bambino selvaggio”, liberamente tratto dalla pièce di Céline Delbecq, intende promuovere un’occasione di riflessione per sviluppare sensibilità e disponibilità sull’affido familiare nel sistema di accoglienza.

IL BAMBINO SELVAGGIO
liberamente tratto da una pièce di Céline Delbecq
adattamento e messa in voce di Gaetano Marino
musiche di Carla Pusceddu
immagine copertina di Silencio © Renato Ribeiro

 

Note e scrittura drammaturgica di scena

“È perché è un bambino che mi sono fermato. E questa storia bisogna che la racconti. Eh sì, perché? Perché è un bambino. Beh, non saprei dire quanti anni abbia. Ma che sia un bambino si vede. È là che lo trovo. Là, sulla piazza, proprio dopo il mercato. Tutti sistemano ancora le loro cose. E il bambino è là, là, da solo. Che non parla, non parla. Io allora gli chiedo: “Ehi, i tuoi genitori dove sono? Eh?” Non risponde, niente, non risponde mi avvicino e grida. Ma delle grida che non sono di bambino.”

Sono le prime battute di una storia vissuta da un uomo qualunque, che si ritrova coinvolto in una vicenda cadutagli addosso per caso, in un solito venerdì sera – giorno in cui, di rito, si va a cenare fuori con gli amici.

L’uomo, mentre attraversa una piazza, si imbatte in un bambino, che pare sia rimasto solo. S’è perso? No, forse è stato abbandonato, o dimenticato; si scoprirà poi che non risulta nemmeno all’anagrafe civile. Inutile cercare i suoi genitori. Il bambino, o bambina, è sporco, coi vestiti bucati, i capelli inzozzati (ma non ha pidocchi), è pieno di lividi e poco possiede di umano: pare infatti, dalle grida, da come agita la testa, e dai morsi, un bambino selvaggio.

Da quel momento per l’uomo nulla sarà più come prima; si potrebbe dire, per entrambi. L’inquietante normalità, le rivelazioni di un sistema sociale spesso confuso e contorto, le petulanti “procedure”, l’ineluttabile regola d’affidamento, i tribunali fuori posto, l’odore delle case di accoglienza, insieme ad altri terribili dettagli, mostreranno all’uomo un mondo completamente sconosciuto.

Sarà, soprattutto, l’indifferenza della gente che obbligherà l’uomo a riflettere, indignarsi, ribellarsi, e, di conseguenza, farsi testimone di una situazione tanto dolorosa, recante con se il dramma di un bambino; la cui unica colpa è proprio quella d’essere un bambino.

Quell’uomo qualunque ora vuole uscire dalla normalità inquietante in cui il mondo pare sia rassegnato – quasi un nichilismo irrimediabile della ragione – decidendo di indossare l’abito di chi ha il dovere civile e morale di raccontare.

I protagonisti
Un ricordo grottesco per una quasi cronaca. Un raccontare permeato di incredulità, ma soprattutto una memoria che pare non abbia più tempo – imprevedibile, tragica e feroce; sono i protagonisti di questa performance.
Un’altra in-solita storia che vuole stare in strada, perché nata nella strada. La necessità di riportare sulla scena – ed ecco che il teatro si occupa della vita – una denuncia che si mostri così com’è stata vissuta dal protagonista-narrante; al di là dalle domande inutili e dalle risposte-social-like.
Un esserci comunque, fuori dalla retorica e dalla furia iconoclasta di un populismo contemporaneo, spesso pericoloso e confuso; oltre il buonismo e la facile spettacolarizzazione delle buone intenzioni.

Gaetano Marino

 

UNA PRODUZIONE

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